Pietre magiche: Lapislazzuli

Nel poema Epopea di Gilgamesh, scritto intorno al 2600 in Mesopotamia, il lapislazzuli viene citato come gioiello di immenso valore riservato agli dei

Il lapislazzuli è una roccia composta da minerali blu come la lazurite e la sodalite, e in percentuale minore da pirite e calcite bianca che gli conferiscono screziature dorate e bianche. Il suo nome deriva dall’arabo lazuward (azzurro), trasformatosi poi nel latino lapis lazuli. I primi reperti trovati in Egitto e Iraq risalgono a 6000 anni fa. Già in epoca remota, egizi e cinesi se lo procuravano nelle miniere in Afghanistan. Nei suoi viaggi in estremo oriente Marco Polo visitò tali miniere a partire dal 1271, descrivendole ne Il Milione.

Storia e leggenda

Gli antichi romani ritenevano che fosse un pezzo di firmamento donato dagli dei agli uomini per purificare le loro anime. Persiani, sumeri e cinesi lo usavano per creare i sigilli dei sovrani. Gli egiziani lo consideravano la pietra sacra a Iside. Per i buddhisti è uno dei Sette Tesori e indica il valore spirituale della coscienza. In India i bambini indossano grani di lapislazzuli infilati in una collana d’oro come protezione dal malocchio. Durante il Medioevo e il Rinascimento dalla polvere di lapislazzuli i pittori ricavavano il blu riservato al manto della Vergine Maria.

Una leggenda narra che re Salomone abbia ricevuto da un angelo un anello di lapislazzuli che gli consentiva di comandare i demoni, ai quali fece costruire il suo tempio procurandosi i gioielli e i legni pregiati che il popolo ebraico non poteva permettersi. Nella mitologia dei sumeri Inanna (nota anche come Ishtar), dea della fecondità e della bellezza, scende negli inferi dove trascorre un lungo periodo di tempo; mentre sta nell’oltretomba misura la durata dell’esistenza degli esseri umani usando barrette di lapislazzuli e stabilendo quando sia il momento di porvi fine.

Nel poema Epopea di Gilgamesh la stessa dea si innamora poi del re Gilgamesh che rifiuta il suo amore, temendo di essere ucciso come tutti coloro che giacciono con lei. Furiosa, Inanna manda un toro dalle corna di lapislazzuli a ucciderlo, ma il sovrano riempie tali corna d’olio e sacrifica l’animale in onore di sua madre, la dea Ninsun. Da allora il toro così ucciso è ben visibile in cielo, dove si è trasformato nella costellazione omonima.

Proprietà terapeutiche e magiche

Secondo la medicina tradizionale indiana l’acqua in cui sia stato immerso un lapislazzuli cura i disturbi di pelle, gola e occhi; purifica l’organismo; combatte la tendenza all’alcolismo e regola il funzionamento di milza, tiroide e ormoni femminili. Per gli antichi romani questa gemma aveva doti afrodisiache. Gli egiziani lo mescolavano a latte di mucca, miele e ocra per sanare la congiuntivite, così come indicato dal celebre Papiro Ebers, risalente al 1550 a.C., che racchiude le prescrizioni mediche più diffuse dell’epoca; unito alla malachite placava gli attacchi isterici.

Gli assiri lo raccomandavano per eliminare qualsiasi problema a occhi e orecchie. In Tibet veniva prescritto per salvare da avvelenamenti e intossicazioni, equilibrare il sistema linfatico e sconfiggere la lebbra. Il lapislazzuli è legato al Sagittario che aiuta ad avere una visione più obiettiva delle sue capacità e dei suoi punti deboli, oltre che a incanalare in modo razionale la sua energia.

Come utilizzarlo

Portato intorno al collo protegge dal mal di gola, rafforza la vista, previene le malattie agli occhi, allontana la paura del buio e gli incubi. Un ciondolo all’altezza del cuore aiuta ad avere più conoscenza di se stessi e delle proprie attitudini, cancella i traumi del passato che impediscono di progredire spiritualmente e aumenta la lucidità mentale. Un anello all’anulare sinistro dona coraggio in amore.

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