L’Amore? Tutta questione di chimica

L’innamoramento, l’attaccamento, la gelosia, l’abbandono sarebbero prima il risultato di reazioni chimiche e poi, astrologiche. Perché? Scopriamolo insieme!

Paolo e Francesca, Romeo e Giulietta, i grandi amanti del passato così come i protagonisti di tanti film d’amore probabilmente non sarebbero d’accordo. Ma lo dice la scienza: l’amore è anche un eccezionale meccanismo biochimico. Nella sua prima fase, quella dell’innamoramento romantico che grazie a una sostanza presente nel cervello, crea mani sudate, farfalle nello stomaco e dipendenza dall’amato

È ormai provato che i livelli di questa calano nel corso del tempo per lasciare il posto a meccanismi differenti (e ad altre sostanze). I cambiamenti biochimici sono dunque connessi ai cambiamenti del rapporto: dopo un anno, il romanticismo iniziale si spegne lasciando il posto a un sentimento più stabile, come una malattia che dalla fase acuta passa alla fase cronica. Una dolce malattia che è bello far durare, seguendo le ragioni del cuore e qualche utile consiglio!

Perché ci innamoriamo?

Durerà anche poco, ma l’innamoramento è certo un’emozione speciale, che si distingue da tutte le altre. Le emozioni infatti vanno e vengono, invece l’innamoramento non si spegne con facilità, provocando uno stato emotivo particolare e persistente. Una ricerca della Rutgers University di New York, ha  mostrato che negli individui innamorati si attiva una parte primitiva del cervello che fa parte del sistema che presiede alle sensazioni di piacere e ai comportamenti per ottenerle. In più, si attiva l’area che produce dopamina, la nostra droga naturale, vale a dire autoprodotta, che genera euforia, iperattività e una sensazione di soddisfazione. Mentre avviene contemporaneamente un abbassamento dei livelli della serotonina, la molecola che ci dona serenità, agli stessi livelli riscontrabili in individui che soffrono di disturbi ossessivo-compulsivi.

Ecco forse la ragione dell’ossessione, del pensiero fisso della persona amata. Secondo la spiegazione dell’antropologa Helen Fisher l’innamoramento sarebbe l’artificio messo in moto dall’evoluzione per rispondere ad ancestrali esigenze di riproduzione della specie: un eccezionale meccanismo che anestetizza certe parti del cervello e ne attiva altre, per far sì che due persone si riproducano e stiano insieme abbastanza a lungo perché il nuovo essere possa sopravvivere. Terminati i suoi compiti, si spegne.

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L’odore è seducente

Lo sapevate che il sudore è lo strumento di seduzione più potente? E che nelle attrazioni fatali, da un’effetto-anfetamina? Infatti è l’ossitocina a renderci più fiduciosi, mentre la vasopressina fa scattare la gelosia. Ecco i curiosi risultati di alcune ricerche.

Non è bello ciò che bello, ma è bello ciò che piace, recita il proverbio. Non c’è niente di più personale dell’attrazione, anche se a farla scoccare intervengono regole biologiche e culturali. Secondo i risultati di un’interessante ricerca, si direbbe che più di tutto può l’odore del sudore: quello femminile sarebbe un richiamo irresistibile per gli uomini. Secondo varie ricerche – in particolare quelle condotte dalla Harvard University e dalla Massachusetts University – che dimostrano l’efficacia di un feromone sintetico isolato dal sudore, usato per produrre un profumo da utilizzare nel test.

I risultati sono lampanti: il 41% delle donne che usavano il profumo con il feromone-copia hanno ricevuto molte più attenzioni dai loro partner. Ben il 68% ha avuto rapporti sessuali più frequenti e, per quelle rappresentanti del sesso femminile che non avevano un partner stabile, sono aumentati gli inviti galanti.

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Innamoramenti continui

Responsabile del classico colpo di fulmine, è una sostanza che ha sull’organismo un effetto simile a quello delle anfetamine: una molecola detta Pea (feniletilamina) prodotta costantemente dall’organismo, ma che, quando raggiunge elevate concentrazioni, produce fenomeni fisici simili a quelli  della droga citata (accelerazione del battito cardiaco, affanno nel respiro, giramenti di testa).

Se i vostri innamoramenti durano poco, sono improvvisi, ripetuti e per persone inadatte, è possibile che produciate poca Pea e che vi innamoriate a ripetizione per attivare nell’organismo l’euforia chimica del colpo di fulmine. Si è scoperto che questa predisposizione si associa a una bassa presenza nel sangue di sostanze dette Mao (monoamminossidasi, un enzima). Alla Columbia University di New York, alcuni pazienti sono stati trattati con antidepressivi che operano sulle Mao, per ristabilire i livelli di Pea. I pazienti pare abbiano smesso di innamorarsi di persone sbagliate.

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Un cervello impazzito

Shakespeare lo sosteneva già quattro secoli ma adesso c’è la conferma scientifica: innamorato pazzo non è un modo di dire. L’amore è davvero follia: sconvolge il normale funzionamento del cervello, spingendoci a comportamenti irrazionali, insoliti, incomprensibili. Il segreto è biochimico: la Pea (feniletilamina) favorisce il rilascio di dopamina, che a sua volta favorisce la sintesi del testosterone, l’ormone del desiderio sessuale e del benessere. Ma l’agitazione, l’entusiasmo, la mancanza di appetito, l’irrazionalità nei comportamenti sono da associare alla noradrenalina, diffusa nel sistema nervoso, la molecola degli innamorati pazzi.

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Riaccendere l’attrazione?

Basta cambiare partner. È interessante quello che viene chiamato l’effetto Coolidge, dal nome di uno degli studiosi del comportamento sessuale dei topi. Quando messo insieme a una femmina, il topo si dà all’attività sessuale e poi si addormenta brevemente; quindi ricomincia per due, tre volte di fila, fino a quando non si addormenta per un tempo più lungo. Ma se gli si propone una nuova femmina, nel topo si riattiva subito la carica del desiderio. Insomma, la dopamina e il testosterone si riattivano quando si cambia l’oggetto d’amore.

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Attaccamento e coccole

Passata la fase dell’innamoramento si entra in quella più tranquilla dell’attaccamento, un passaggio legato ad altri ormoni. L’ossitocina, l’ormone prodotto durante l’orgasmo, quello che induce le contrazioni nel parto, provoca l’emissione del latte, genera le attitudini materne e l’affettività. Anche detta ormone delle coccole, perché viene rilasciata quando ci si tiene per mano, è associata alla voglia di prendersi cura dell’altro. Studi dell’Università di Tohoku, in Giappone, lo confermano: private del recettore dell’ossitocina, le femmine topo trascurano  di curare e allevare i piccoli e spesso dimenticano di recuperarli quando si allontanano.

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La diffidenza se ne va

L’ossitocina è anche l’ormone della fiducia, capace di farci superare la naturale diffidenza in situazioni rischiose o in contesti sociali. Una ricerca dell’Università di Birmingham pubblicata su Neuroscience and Behavioural Rewiews accosta l’effetto dell’ossitocina a quello dell’alcol: proprio come avviene dopo avere bevuto un bicchiere, si diventa più empatici e fiduciosi verso gli altri perché, come fa l’alcol, l’ossitocina agisce sui circuiti neuronali che controllano il modo in cui gestiamo ansia e stress.

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Monogami e gelosi

L’ormone della fedeltà è invece la vasopressina. Diversi studi sulle arvicole (un roditore del quale esistono due specie, una monogama, detta topolini di campagna, e l’altra poligama, i topolini di città) hanno verificato che, per i topolini naturalmente predisposti alla fedeltà, i recettori della vasopressina e l’ossitocina vengono alterati a livello epigenetico (modificazioni genetiche ereditabili) dall’accoppiamento e che i livelli dei recettori aumentano negli animali che si sono già accoppiati.

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Quando la passione finisce

La durata della fase dell’innamoramento è variabile e il cambiamento di solito non è improvviso: l’attrazione iniziale spesso sfuma lentamente in qualcosa di diverso. Dopo la fase  della dopamina (innamoramento) e dell’ossitocina (legame affettivo, monogamia), dell’attaccamento (endorfine), il rapporto può finire. L’uomo, che per tendenza è poligamo, quando è innamorato è tutto concentrato sull’oggetto dei suoi desideri, su una persona sola. Ma quando la fase acuta è finita, diventa disponibile per un’altra persona: qui può avvenire la fine del rapporto.

Ma c’entra la chimica anche nella fine? Quello che è certo è che l’abbandono altera di nuovo i meccanismi cerebrali. Studi condotti dalla già citata Helen Fisher su innamorati abbandonati mostrano che i circuiti attivati sono simili a quelli presenti in soggetti in stato di collera o di depressione. La prima fase, quella della rabbia, porta l’abbandonato a mettere in campo ogni strategia per cercare di recuperare il (la) fuggiasco/a. Se questo non succede, allora interviene la rassegnazione e la depressione.

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Clic: il neurone si riaccende

Ed ecco il risvolto della medaglia, positivo e da non trascurare: quando un amore finisce, i circuiti neurali ritornano intatti, pronti a riaccendersi in presenza di un nuovo amore.

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